di Leonardo Caffo

Valsesia, 31 Marzo ore 17.02. Mentre passeggio in un bosco, da solo, vicino a dove trascorro la Pasqua con la mia famiglia, scelgo di perdermi volutamente per un po’. È un periodo in cui ho iniziato a ragionare di nuovo sui temi de Il bosco interiore (2015) e sul rapporto che esiste tra oggetti naturali ed artefatti. Questo bastone che ho trovato, che mi sta accompagnando nel mio cammino, in fondo è un oggetto di design: perfetto, stabile, prensile, disegnato dalla natura (dunque, Spinoza, da Dio?). Talvolta il mio lavoro, che no n è un lavoro, diventa un’ossessione e ti insegue, provi a fare un pausa ma lui ti ritrova: in questo legno che stringo c’è l’oggetto che fa saltare le categorie, un po’ naturale e un po’ artefattuale nel momento in cui lo uso, eppure disegnato per la vita; bastone per me, appoggio per un uccellino, base architettonica per un nido. Non c’è niente del design che possa essere altrettanto potente, perché distribuito, e mentre passeggio e mi perdo vedo come l’impronta dell’umano non sia di per sé un problema anche per me che tanto l’antropocentrismo ho attaccato. Il punto è farsi accompagnare dal reale, non imporsi su di esso: l’invito, se ti sai fare piccolo-piccolo, viene direttamente dal mondo. Inizio questo ragionamento sul confine tra “disegnato” e “trovato” mentre preparo un seminario che i Formafantasma mi hanno invitato a fare a maggio al Made Program di Siracusa dove insegnerò un corso a dicembre: mi pare così chiaro cosa sia l’eco-design qui in mezzo al bosco, e così ovvio invece che obbrobrio siano certi oggetti spacciati così. È un percorso lungo che dal concetto di “capanna”, in Walden di Thoreau, mi ha portato a riconcepire i modi in cui la forma di vita debba interagire con il suo spazio, con le altre vite, con il cibo, con il futuro. E tutto ciò, solo questo volevo dire, è molto più chiaro in mezzo a questo bosco qui che in una qualsiasi biblioteca chini su immagini di un mondo che non abbiamo mai né visto né sperimentato.